L’utilità dell’attività investigativa per prevenire e reprimere i furti in azienda
Sempre più spesso le aziende subiscono furti da parte dei propri dipendenti, e le difficoltà socio-economiche che caratterizzano il periodo storico attuale hanno notevolmente contribuito ad aggravare tale situazione.
I furti possono riguardare beni diversi, e vanno dalla sottrazione di denaro presente in cassa o nei conti correnti dell’impresa -anche attraverso l’utilizzo delle carte di credito aziendali-, alle richieste di rimborsi illegittimi; dalla falsificazione di fatture alle ruberie di merci prodotte e vendute dall’impresa o comunque in essa contenute, fino ad arrivare alla sottrazione di informazioni riservate.
Gli ammanchi di denaro e /o di altre utilità detenute dall’azienda possono contribuire in maniera anche significativa a ridurne il fatturato, e in ogni caso costituiscono un danno non solo derivante dall’ ammanco, ma anche da un punto di vista di energie e risorse sottratte alla stessa in termini di investimento nella formazione di nuovi dipendenti, che dovranno sostituire i lavoratori “colpevoli”. Ciò in quanto la commissione di un furto da parte di un dipendente determina inesorabilmente la compromissione della fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro, con conseguente possibilità di attuazione di licenziamento per giusta causa da parte dell’impresa. Una simile condotta integra infatti un motivo talmente grave da non consentire la prosecuzione del contratto con il datore di lavoro.
Con specifico riferimento al licenziamento per furto di denaro, la Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che, essendo appunto applicabile la giusta causa, il licenziamento può avvenire senza preavviso.
Occorre tuttavia effettuare una distinzione tra furto ed appropriazione indebita.
Infatti la prima fattispecie, prevista dall’art. 624 c.p., riguarda il reato di “chiunque s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene”.
L’appropriazione indebita, invece, prevista dall’art. 646 c.p., si verifica allorquando le somme di denaro o i beni sono nel possesso del soggetto che li sottrae, e che li detiene a qualsiasi titolo e la persona se ne appropria dolosamente.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 37300/2019, ha stabilito che il delitto di appropriazione indebita si consuma con la prima condotta appropriativa, quando l’agente compie un atto di dominio sulla cosa con la volontà espressa o implicita di tenere questa cosa come propria.
Invece, con la sentenza n. 24471, ha precisato che si ha il reato anche quando si verifica un uso indebito della cosa. Rileva qui che l’uso indebito sia avvenuto trascendendo completamente i limiti del titolo in virtù del quale l’agente deteneva in custodia il bene.
Ciò si verifica allorquando una somma di denaro ricevuta dall’impresa per l’espletamento di una mansione viene utilizzata a proprio vantaggio, o anche qualora si utilizza ad esempio un’auto aziendale per scopi personali.
Nell’ordinanza n. 2402 del 27 gennaio 2022, la Suprema Corte ha ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa di un lavoratore che aveva sottratto documenti aziendali contenenti informazioni sensibili, relative all’esercizio dell’attività d’impresa, per avvalersene in un momento successivo. Infatti, ai fini della valutazione della gravità della condotta, viene attribuito rilievo alla provenienza aziendale del materiale, e non alla natura del bene sottratto.
Entrambe le tipologie di reato (furto e appropriazione indebita) sono frequenti, e consentono al datore di lavoro non soltanto un licenziamento c.d. “in tronco” per giusta causa, ma anche una denuncia-querela verso chi li commette, in quanto tale condotta risulta lesiva del vincolo di fiducia e dell’interesse aziendale alla conservazione del patrimonio.
Nel primo caso “l’onere della prova” (e quindi il dovere di provare i fatti) incomberà sull’impresa, mentre nel secondo caso spetterà alla Procura.
In tutte le situazioni rappresentate per l’impresa potrà essere di estremo ausilio avvalersi di un investigatore privato, ai fini di raccogliere gli elementi utili per supportare le accuse.
Attraverso appostamenti, pedinamenti o videoriprese, sarà infatti possibile documentare gli illeciti, e sostenere gli addebiti a carico del soggetto autore delle condotte illecite.
L’attività investigativa, in tali situazioni, può dunque essere non solo utile, ma a volte necessaria per punire il lavoratore infedele.
La relazione redatta dagli investigatori al termine dell’attività, che riporta tutti i riscontri e le informazioni acquisite attraverso immagini, audio e video, potrà essere utilizzata dal titolare per procedere alla querela e per sostenere le proprie pretese in giudizio, ovvero per licenziare il lavoratore.
L’attività investigativa consentirà tra l’altro alle imprese di adottare gli accorgimenti necessari per evitare la reiterazione di tali reati, consentendo di effettuare un focus sui punti deboli dell’azienda, rilevati grazie al lavoro investigativo, che dunque permetterà anche di implementare i protocolli di sicurezza e prevenzione.

